Tastiere arranger

Arranger, tastiere da suonare con stile

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Max Tempia, toro scatenato nella comunità degli arranger (parte 3 di 3)

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Siamo arrivati alla terza e ultima parte dell’intervista che Max Tempia ha concesso ai lettori di tastiere.wordpress.com. Quanti di voi si sono persi le prime due parti possono leggerle qui: prima e seconda parte. Buona lettura!

Re’: Max, dagli anni novanta ad oggi, è cambiato radicalmente il mondo delle tastiere digitali.

Max: Sono arrivati nuovi attori, uno su tutti: Nord. Ha sbaragliato le carte in tavola. Quando tutti cercavano di stupire il pubblico con effetti speciali, con l’uso dell’audio e di altri gingilli, è arrivata Nord con una tastiera tipica da anni ottanta che faceva solo il pianoforte acustico, il piano elettrico, il Clavinet e l’organo. Stop. E lì sono stati azzerati tutti gli anni novanta e siamo ripartiti. In realtà, è sul piano musicale generale che c’è stato un grande cambiamento. E quindi una rivoluzione nel modo di intendere il fare musica. Fino agli anni 90, le tastiera facevano un po’ di tutto perché si andava a suonare da soli, c’era il piano bar, c’era il karaoke. Poi sono tornati i gruppi, le chitarre, le batterie e i bassi. E quindi una band non aveva più bisogno di un tastierista che avesse dentro i suoni di quegli strumenti: aveva bisogno di una tastiera che avesse i classici strumenti del rock: piano e organo. E questo le grandi case di strumenti musicali non l’hanno capito subito. Erano troppo impegnati a studiare cose diverse e hanno patito il momento. E’ arrivata bella bella Nord con l’Electro 61 a 1400 Euro. Tastiera compatta portatile: dal punto di vista qualitativo non aveva una tecnologia innovativa, anzi usava una tecnologia in disuso. Ma suonava bene: suonavi il pianoforte ed era bello, provavi il piano elettrico e andava bene, suonavi l’organo ed era a posto. Forse, ogni suono in sé non era il migliore del mondo, ma non importava perché lo strumento – nella sua globalità – funzionava. Questo ha cambiato le carte in tavola. I grandi hanno dovuto ripensare tutto (sorride). Il problema è che probabilmente devono ancora capirlo adesso, perché sono tutti ancora lì: alla ricerca. Sì, negli ultimi anni c’è stato un grande ritorno dei sinth analogici, i cui prezzi in discesa hanno consentito l’accesso ad una ampia platea. Però siamo ancora fermi che aspettiamo il miracolo. E il miracolo però… non avviene.

Re’: Qual è la posizione di Casio in questo quadro generale?

Max: Negli ultimi anni, il mercato di Casio nelle tastiere è cambiato soprattutto grazie ai pianoforti digitali e, ora, con il lancio di Grand Hybrid. E’ invece ancora lontana sul piano delle tastiere con accompagnamenti, perché lì Casio non ha la storia di Roland, di Yamaha e di Korg. Per questi produttori di strumenti musicali è molto più facile realizzare tastiere economiche come Pa600 e le PSR, perché vanno ad attingere al materiale realizzato in passato per tastiere di grande successo. Casio invece deve fare tutto da capo. Al contrario di Roland che invece sembra avere smesso: purtroppo è rimasto poco di Roland nel comparto degli arranger, come BK-9 gran bel prodotto, ma ha cessato la produzione in Italia e si dice abbiano ricominciato a fare in Cina. Ma Roland ha la storia dalla sua e sulla carta sarebbe avvantaggiata, mentre Casio ha solo una esperienza con le tastierine portatili: ma quello è tutto un altro tipo di mercato.

Max Tempia presenta i pianoforti digitali Casio

Max Tempia presenta i pianoforti digitali Casio

Re’: Dimmi di più di questa buona stagione i pianoforti digitali.

Max: I pianoforti digitali hanno avuto questa grande impennata di vendite soprattutto grazie a Casio che con la serie CDP ha portato il pianoforte digitale a tutti. CDP-100 è un pianoforte leggero di 11kg con una buona tastiera affidabile con quattro suoni ad un prezzo popolare. I numeri delle vendite di Casio sono impressionanti. E’ non è banale che io sia andato in Casio, a parte che avevo degli amici che già ci lavoravano e mi hanno tirato dentro, però era l’unica azienda che in quel momento in qualche modo aveva le possibilità di riscrivere qualcosa, qualcosa di importante negli strumenti musicali. L’ha fatto prima con PX5 e con Grand Hybrid oggi. Hanno fatto un lavoro bellissimo perché si sono mossi trasversalmente, al contrario di tutta la concorrenza. Per gli strumenti elettronici, lo strumento definitivo non esiste e non potrà esistere ancora per lungo tempo. Casio lo sa bene ed è andata per vie diverse. Quando tutti pensavano che tutto si potesse fare con un modello a tre sensori (e che Casio ha nei modelli da 500 Euro) si presenta con una tastiera capace di 16.000 e oltre punti di dinamica che il General MIDI certifica e approva per il GM livello 2. In realtà, sono due controlli messi insieme che fanno moltiplicare in modo esponenziale un controllo del velocity l’uno sull’altro. E quindi tutto sommato è la solita genialata alla Casio, nessuno ci aveva pensato prima.

Re’: E dell’accordo con i tedeschi di Bechstein che cosa ci puoi raccontare?

Max: L’accordo con Bechstein consente a Casio di disporre ora di una strepitosa tastiera di legno. Quando ti siedi davanti a questo strumento non riesci più a staccare. C’è qualcosa che ti trattiene lì. Un buon suono, una valida tastiera, una bella spazialità nel suono, un bel feeling fra la tastiera e la curva di dinamica, insomma qualcosa che ti rapisce. Quando accendi lo strumento e metti le mani sui tasti del piano, ti si accende la tua curiosità. E quello è solo il primo passo. Grand Hybrid ci riesce perché c’è una sintonia straordinaria fra la tastiera fisica e il suono. Riesci a domare questo strumento come su un pianoforte acustico tradizionale. Anche i concorrenti hanno dovuto ammettere che Casio ha fatto un bel lavoro. Come era già successo con PX-5, un’altra bella macchina.

Max Tempia presenta il nuovo Casio Grand Hybrid

Max Tempia presenta il nuovo Casio Grand Hybrid

Re’: Che cosa ci riserva il futuro prossimo degli arranger Casio?

Max: Quest’anno Casio è uscita con due nuove tastiere (NDR: MZ-X300 e MZ-X500), sono in realtà due workstation con sequencer, editing dei suoni e anche accompagnamenti. Sono prodotti a basso costo con un touch screen, un segnale importante per Casio per strumenti sotto il migliaio di Euro. Casio è come Ferrari: si costruisce tutto in casa, tecnologicamente è attrezzato per progettare e costruire le tecnologie più avanzate.

Re’: Dalle tue parole emerge uno scenario per me inaspettato sulle prospettive di Casio in merito agli strumenti musicali.

Max: Devo dirti che Casio è l’azienda più in movimento nel settore, la più irrequieta. E’ l’unica che potrebbe ancora fare qualcosa di innovativo per unire la workstation con la tastiera con gli accompagnamenti. Non l’ha ancora fatto. Ma il futuro più credibile vede l’unione della workstation intesa come gestore di grandi suoni e una sezione di accompagnamenti che possa in qualche modo venire in soccorso di quel musicista che può suonare lo strumento, senza doversi portare dietro computer o tablet. Ma è altrettanto evidente che non siamo ancora pronti. Sul mercato esiste la workstation con l’arpeggiatore e l’arranger che ha i campioni. Due strumenti che non sono più ne carne né pesce. Quei due mondi stanno per finire. Sta per arrivare qualcosa di nuovo: questi due mondi devono trovare un nuovo equilibrio. E Casio ha in mano tutti gli argomenti, come li hanno le altre case. L’argomento finale è: che cosa farai uscire? C’è spazio per lanciare qualcosa di nuovo che possa servire ai musicisti in tutto il mondo.

Re’: Grazie Max! Resterei ad ascoltarti per giornate intere.

Max: Grazie a te Renato e un caro saluto a tutti i lettori del tuo blog. A presto!

PS: La partita in campo non è finita bene come ci aspettavamo. Ma, a parte il risultato calcistico (pazienza, noi granata siamo abituati a soffrire), è stata una bellissima giornata, trascorsa discorrendo su tastiere e arranger. Troppo forte.

 

 

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Written by Renato, Arranger Workstation Blogger

19 maggio 2016 at 19:45

Max Tempia, toro scatenato nella comunità degli arranger (parte 2 di 3)

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Coloro che si sono persi la prima parte dell’intervista a Max Tempia possono leggerla qui. Oggi continuiamo il resoconto con la seconda frazione. Nei prossimi giorni seguirà la terza e conclusiva parte di questo racconto.

Re’: Max, raccontami di come e quando nasce Korg Italy.

Max: C’era questo grande progetto in piedi lanciato da Jürgen Schmitz e Francesco Castagna: stava per arrivare Pa80. La prima tastiera studiata e realizzata completamente in Italia e parte col botto avendo ereditato la generazione dei suoni del Triton. Pensa, aveva persino un registratore digitale a 4 tracce, ma non era accessibile da pannello. Pa80 era multi-tasking e questo per Korg ha rappresentato una innovazione importante: se non avevi il multi-tasking non avevi niente, dovevi suonare mentre caricavi altre cose. C’era il doppio sequencer. Era una gran bella macchina per quei tempi. Certo se la provi oggi, puoi notare il distacco dalla tecnologia attuale: ma a quei tempi, non c’era proprio nulla da dire.

Max Tempia presenta Korg Pa80 nel 2000

Max Tempia presenta gli arranger Korg nei primi anni duemila

Re’: I materiali erano meno nobili rispetto i3 e i30.

Max: Plastica. Stampo e plastica. E’ vero, qualcuno storceva il naso; però pesava di meno e, soprattutto, suonava meglio. Pa80 ha venduto tantissimo. Ha avuto un successo unico, straordinario e senza confini. Tu non ti puoi immaginare le vendite che la giapponese Korg ha realizzato grazie a quell’arranger Made In Italy. A realizzare gli stili, oltre al me, c’erano Gabriele Pavani di Pordenone (che si occupava di dance e liscio, che connubio, vero?) e poi gli stessi del Voicing Team internazionale con altri musicisti occasionali che trovavo in giro. La maggior parte del repertorio era destinata al mondo tedesco ed italiano. Un mercato in grande crescita era quello spagnolo: mi occupavo io di quegli stili, dato che ero anche il dimostratore Korg ufficiale per la Spagna. Abbiamo creato anche gli stili mediorientali che ci ha aperto le porte di continenti nuovi: ad essere onesti, non eravamo stati i primi, GeneralMusic già faceva stili per quel mondo prima ancora di Korg. Io ero il responsabile del repertorio completo degli style: il checkup finale della macchina era tutto sulle mie spalle. Ci ho lavorato parecchio.

Re’: In effetti gli arranger Korg erano rinomati rispetto la concorrenza per l’affidabilità del software e degli stili.

Max: Il collaudo finale era fondamentale. Eravamo in tanti e facevamo un gran lavoro. Anche le altre case avevano un Voicing Team internazionale. Del resto, il primo era stato quello di Roland: da lì era partito tutto. Ora questi team creativi sono scomparsi: le aziende hanno cambiato direzione. Oggi quello stile di lavoro creativo di gruppo si è un po’ perso. Ma, tornando a Pa80, erano numerose le innovazioni tecnologiche: pensa montava un disco a stato solido SSD che oggi è molto diffuso ma, in quegli anni rappresentava una grande novità.

Re’: Pa80 è poi evoluta in Pa1X con cui Korg è tornata a produrre arranger con una scocca robusta e tasti semi-pesati. andando ad accontentare i nostalgici di i3 e i30.

Max: Sì, abbiamo continuato a lungo sulla strada dell’innovazione. Pa1X è stato un importante passo in avanti che però ha raggiunto la pienezza con la generazione successiva, quella piattaforma comune fra Pa2X e Pa800 con cui Korg ha raggiunto il vertice di crescita nella propria storia di produttore di arranger. Quel progetto è ancora credibile oggi, a distanza di molti anni: e non è per nulla sorprendente il vasto numero di musicisti che ancora oggi si esibiscono e si guadagnano la vita suonando Pa800. Credo che, da allora, Korg sta di fatto lavorando di cesello e precisione per migliorare quella piattaforma, ma la base è sempre quello stesso progetto.

Re’: La tua storia con Korg è stata bellissima: ma come tante belle storie anche questa ha avuto la sua fine.

Max: Vedi, dopo tanti successi con Korg, c’è stato un periodo di cambiamento. Le tastiere con accompagnamenti non garantivano più le vendite di prima. E’ cambiato il distributore nazionale: da Syncro siamo passati ad Eko. Molti equilibri sono andati a cambiare. C’è stato un raffreddamento generale dei centri R&D in Italia. Chi l’ha smantellato, chi ha spostato tutto in Germania ad Amburgo. Anche Korg Italy ha perso progressivamente il peso che aveva avuto in quegli anni. Non solo gli arranger ma anche le worstation hanno cambiato fisionomia. A dire il vero, la mia conoscenza con Casio risaliva a molti anni prima, alla presentazione del primo pianoforte Celviano: avendo Casio lo stesso distributore nazionale di Korg, cioè Videosuono, fui chiamato a presentare il primo Celviano. Devi sapere che Casio aveva già il sistema per togliere il canto la parte centrale agendo sulle fasi di un base audio. E poi Casio aveva creato una spettacolare chitarra MIDI e anche il sax MIDI con l’altoparlante sulla campana, la batteria con i pad. In quegli anni, potevi confrontarti con tutte le aziende concorrenti, ma non potevi fare il nome di Casio: tremavano i muri. Casio aveva già allora una forza tecnologica impressionante. Erano già presenti nella micro-circuitazione, esperienza fatta su calcolatrici e orologi e che poteva essere adottata ora sugli strumenti musicali. Non è un caso che il primo campionatore è stato fatto da Casio. La storia della chitarra MIDI era emblematica: era un’ottima chitarra di liuteria e questo la dice lunga. A differenza della chitarra e dei pickup di Roland, Casio aveva molto meno ritardo e aveva un synth interno. Non ti nascondo che, molti anni prima, per programmare molti stili della Korg i3, io ho utilizzato quella chitarra lì. Poi certo, dovevi fare grandi pulizie dei messaggi MIDI, perché nella registrazione ti tirava dentro di tutto. Ma, ragazzi, erano i primi anni novanta! Non è insolito per me osservare come in Casio si stanno ritrovando molti personaggi dei grandi Voicing Team: sarà per un caso fortuito, ma io come Jerry Kovarsky, Mike Martin, Cristian Terzi, Nicolas Vella, Ralph Matten stiamo dando indicazioni a Casio e da un po’ di tempo. Non è ancora una storia strutturata: ci stiamo autoalimentando, ci stiamo preparando al futuro.

(Continua prossimamente)

Max e Paola, prima dell'intervista e prima della partita allo stadio Grande Torino

Max e Paola, prima dell’intervista e prima della partita allo stadio Grande Torino

Written by Renato, Arranger Workstation Blogger

16 maggio 2016 at 08:00

Max Tempia, toro scatenato nella comunità degli arranger (parte 1 di 3)

with 5 comments

Max Tempia: intervista allo stadio Grande Torino

Max Tempia: intervista allo stadio Grande Torino

Un comune e noto amico, Riccardo Gerbi, e una comune passione sportiva per i colori granata (NDR: mi perdoneranno per una volta i lettori sostenitori di altre squadre di calcio per questa contaminazione su un blog universalmente aperto alla musica) hanno prodotto per me un inaspettato incontro in cui ho avuto l’occasione di conversare a lungo sulle tastiere arranger con Max Tempia, uno dei più importanti musicisti che ha contributo allo sviluppo di numerose tastiere con accompagnamenti, prima in casa Korg e poi presso Casio. Come potrete leggere da voi, il resoconto della conversazione contiene un sacco di aspetti interessanti per la materia a cui è dedicato questo blog e spalanca davanti a noi uno spaccato sincero sulla storia di questo comparto di strumenti musicali. L’esperienza e le conoscenze di Max sono un patrimonio importante e sono contento di raccontarvi tutto qui nel nostro blog. L’intervista è così ricca che ho dovuto selezionare una sola parte degli argomenti e, nonostante ciò, è talmente lunga che ho previsto di pubblicarla “a puntate”, al fine di agevolare la vostra più snella lettura sul web.

Cominciamo oggi con la prima parte. Siamo nel palco dell’ospitalità del Torino FC. Lo confesso: la situazione è lievemente surreale, ma Max ha un carattere estroverso e si rende disponibile a tutte le mie curiosità. Mentre Paola, la sua gentile compagna, ci segue con ammirevole pazienza. E noi partiamo a raffica con domande e risposte .

Re’: Max, sei stato testimone e protagonista della storia degli arranger Korg. Da dove è cominciato tutto?

Max: Siamo all’inizio degli anni novanta. Da oltre un decennio Korg non produceva più arranger. In quegli anni, dominava il mercato Roland con E70, uno strumento che ha vissuto una larga diffusione. In quel momento storico, Korg decide di rientrare nel mondo degli arranger. A quei tempi, in Korg c’era il leggendario Voicing Team fatto di importanti musicisti provenienti da tutto il mondo: il mitico Jerry Kovarsky dagli USA che, fino al giorno in cui ha deciso di abbandonare per ritirarsi alle Hawaii, ha guidato i grandi progetti delle storiche workstation Korg. Dall’Italia c’ero io che mi occupavo degli style, Michele Paciulli che si occupava dei suoni. E sì, perché gli stessi suoni che si facevano per i synth poi si passavano agli arranger. C’era il canadese Steve McNally, il tedesco Michael Gaisel, da Los Angeles Jeff Strelling, un pianista straordinario. A quei tempi Francoforte era la fiera più importante dell’anno ci si trovava tutti lì e si organizzavano i meeting successivi.

Re’: E come è successo che sei finito dentro questa grande esperienza?

Max: Io già lavoravo in televisione con l’orchestra nelle trasmissioni di Gianfranco Funari. E poi avevo iniziato la collaborazione per le attività di pre-vendita e post-vendita con Videosuono, il distributore nazionale dei prodotti Korg. Ed è così che sono finito a lavorare con il centro R&D di ricerca e sviluppo. E poi quando il direttore commerciale Fulvio Pesenti ha lasciato Milano e Videosuono per passare a Numana (Ancora) e dirigere Syncro il nuovo distributore Korg, pian piano siamo tutti passati nella nuova azienda. E così ho fatto anch’io.

Re’: Ma c’è stato un momento in cui vi siete seduti intorno ad un tavolo e avete pensato di realizzare il capostipite dei nuovi arranger Korg, voglio dire il mitico i3?

Max: Ma no, è successo tutto in modo naturale. La qualità delle persone del Voicing Team era straordinaria e non poteva essere diversamente. i3 in sé e per sé non era un modello sconvolgente, ma ha cambiato le carte in tavola, soprattutto alla luce di quello che è successo dopo. Siamo nel periodo del post M1, quello strumento che ha creato un nuovo modo di pensare e di concepire le tastiere, grazie all’intuizione di Michele Paciulli: lui in persona ha dato il LA al concetto di workstation. Dunque i3 aveva in sé un grande patrimonio di suoni: quel modello di arranger nasce in Giappone nel 1992 con il Voicing Team internazionale. La generazione dei suoni era fondamentalmente quella della workstation Korg 01/W che avevano appena rivisto la luce nella declinazione di X3. Le capacità di quegli anni erano ridicole se confrontate ad oggi, si parlava di MB e non di GB. C’erano 32 stili e 4 memorie user. Però, quando tutti gli altri arranger avevano due variazioni, un Intro, un Ending e il riconoscimento degli accordi arrivava al massimo fino alla diminuita, arriviamo noi con due Intro, due Ending e quattro variazioni: e ogni variazione aveva sei Chord Variation. E poi lo strumento disponeva di sei tracce per gli accompagnamenti. E sì perché Korg aveva pensato di usare il sequencer per pilotare la sezione arranger. E infatti, il primo prototipo, che ho avuto fra le mani per preparare gli stili, era di fatto un Korg 01/W che, caricando un sistema operativo fatto su misura, attivava la modalità arranger al posto del sequencer. Ed era così che provavi gli accompagnamenti. Non so nemmeno dove sia finito quel prototipo. Che epoca! Oggi ti danno un software e lavori su computer: a quei tempi c’era ancora Notator sull’Atari e ti dovevi arrangiare.

Re’: Io personalmente avevo vissuto nel 1994 l’esperienza di cliente Roland E70 che passava a Korg i3. Oltre all’introduzione di un sequencer con la capacità di modificare tutti gli eventi MIDI, la grande novità per me era stata la possibilità di intervenire sui suoni. Su E70 i suoni erano pronti all’uso con gli effetti giusti, ma non li potevi toccare; su Korg i3 invece potevi personalizzare tutti i parametri delle singole voci. E del riconoscimento degli accordi, che mi dici?

Max:  Ah, fantastico. Steven Kai aveva inventato un algoritmo innovativo per riconoscere gli accordi su i3. Era lo stesso che Korg avrebbe poi introdotto su iH, l’armonizzatore vocale. Il modo classico di riconoscere gli accordi era quello di cercare l’accordo in una tabella di Database. Ma aveva dei limiti. L’algoritmo di Steven era stato costruito per ragionare inizialmente in termini di note. Cerco di spiegami con un esempio: immaginiamo di essere in Do per farla semplice. Premiamo Do-Mi-Sol-Si e l’algoritmo individua un accordo di Do7+. Partiamo proprio da qui. Succede che se vai a suonare sulla tastiera un Do minore , l’algoritmo va a spostare il Mi in Mib e il Si sale a Do e da queste note va a pilotare l’accompagnamento automatico. Se invece suoni una settima, Di-Mi-Sol rimangono e il Si sale a un Sib. Se vai a suonare un accordo di settima/nona, Do-Mi-Sol-Sib, l’algoritmo va a prendere una quinta nota che è il Re. E, in questo modo, grazie all’aggiunta della quinta nota, è possibile fare di tutto. Ad esempio, prendiamo un accordo abbastanza complesso: Do settima nona diesis. Il Do-Mi-Sib-Mib: l’algoritmo allora cosa fa? Il Do rimane Do, Mi rimane Mi, il Sib è la settima che scende e, non essendoci la quinta, quella che doveva essere la nona prima cioè il Re questa passa al Re Diesis. Il risultato di fatto era una roba allucinante che non aveva nessun altro. Vedi, prima di Steven Kai, le cose difficili da fare erano le discese: prendi per esempio Senza Luce con il basso che scende Do, Si, La, eccetera. Invece per noi in Korg con il basso inverso ti sleghi dall’accordo, ti potevi tenere il Do maggiore e suonare il basso per conto suo, come da spartito. Allucinante per quei tempi. Un altro esempio: prendiamo Brazil con la quinta più che gira: Sol-Sol diesis-La-Sol diesis-Sol. Suonavi Do-Mi-Sol per confermare l’accordo e poi facevi girare solo la quinta. Non essendo basato su rigide tabelle, avevi le vere note che pilotavano l’accompagnamento ed era possibile ottenere un effetto veramente musicale.

Re’: E’ stata un’innovazione epocale nel mondo del riconoscimento degli accordi.

Max: In termini di velocità, pur con tutti i limiti delle prestazioni di allora, il risultato era un tempo di risposta superiore alla concorrenza, perché non era più necessario andare a leggere una tabella di accordi, ma era sufficiente leggere quattro note per generare un accompagnamento. Se proviamo adesso una i3, ci scappa da ridere per il ritardo.  Ma tieni a mente che quello strumento era uscito sul mercato nel 1993!

Un giovane Max Tempia ai tempi in cui collaborava con Korg

Un giovane Max Tempia ai tempi in cui collaborava con Korg

Re’: Dove programmavi gli stili?

Max: Io programmavo gli stili fuori, usavo Notator su Atari, perché aveva già una divisione delle parti in pattern, in modo orizzontale. Potevi portare le sequenze preparate sul sequencer sullo strumento e poi smanettare sull’arranger per renderli perfetti. L’unica difficoltà era che questi benedetti stili non li potevi programmare in Do maggiore perché ti mancava la quarta nota: li dovevi programmare in Do7+. Durante la creazione di un style, eri tenuto per forza ad immaginare musicalmente dove sarebbe potuto andare lo strumento. E poi passavi ore a collaudarli. E poi una cosa che non aveva nessuno a quei tempi era la conversione dei MIDI file in uno stile. Potevi prendere le basi MIDI già fatte, isolavi un segmento del brano fino a 16 misure, in un sequencer portavi le note a riprodurre un accordo di 7+ e avevi bella pronta una Variation di uno stile.

Re’: Ricordo uno stile rock così accurato e così pieno di strumenti: sembrava di suonare dal vivo con Keith Richard in persona e tutti gli Stones.

Max: I suoni di quella tastiera erano duri e spigolosi: a confronto, le altre tastiere sembravano avere suoni finti. Qui batterie e chitarre spaccavano di brutto: le potevi usare per suonare il rock senza paura. Però poi i clienti si lamentavano e ci dicevano: “Ma noi abbiamo bisogno di suonare il valzerino!”. Per la prima volta nella storia, Korg aveva inventato quello che io chiamavo il Circo Equestre, gli stili che suonavano da soli. Quelli che poi però passarono di moda negli anni a seguire. In quegli anni, sembrava essere fondamentale realizzare stili con i fuochi d’artificio, con gli Intro che richiamavano gli arrangiamenti originali delle specifiche canzoni a cui era stato ispirato lo stile. La domanda del mercato era quella: dare ai musicisti stili verticali capaci di riprodurre con fedeltà un brano preciso.

Re’: Io onestamente non li ho mai amati a fondo quegli stili, quelli che oggi sono noti con il nome di Song Style: stili disegnati per funzionare con una sola canzone. Sì, sono comodi quando fai le serate, ma ho sempre trovato più stimolante lavorare con stili di accompagnamento più orizzontali e quindi più flessibili, quelli che ti consentono di metterci del tuo.

Max: E’ così, però devi ricordare che venivamo da un’epoca in cui gli stili della concorrenza erano abbastanza elementari: erano fatti di quattro elementi in croce. In quella tastiera, invece disponevi di sei tracce: due percussioni, il basso e tre accompagnamenti. E poi riconoscevano i comandi MIDI di Program Change e di Control Change, per cui avevi il dominio totale su tutte le variazioni. E poi c’erano gli effetti separati per ogni traccia. E ancora le Intro si comportavano in modo diverso. Ogni stile aveva un’introduzione da usare così come era fatta, ma ne aveva un’altra che era capace di seguire i cambi degli accordi. Era davvero divertente.

Re’: E dopo?

Max: A pensarci ora, i3 era stata la prima e avevamo avuto carta bianca per dare spazio alla massima creatività; e dopo i30 (aveva il touch screen e altre innovazioni) la tendenza è cambiata e ci siamo avvicinati al mercato più tradizionale. C’è stata i4S con amplificazione, pesava un sacco. i5S era una tastiera orribile, di plastica e non per ragioni di risparmio. Nasce i5M e, nello stesso periodo, iH, l’aggeggio vocale per i cori. Tutte tastiere Made in Japan. Il centro R&D in Italia inizia ufficiosamente con la programmazione di i40S, tastiera amplificata con il generatore dei suoni di Triton. Tutto arrivava dal Giappone, noi siamo intervenuti con qualche editing e realizzando tutti gli style. Abbiamo fatto, secondo me, un bel lavoro. Anche quella è stata una bella svolta perché abbiamo introdotto sedici memorie per gli stili utente, mentre prima ce n’erano solo quattro. Il pacchetto degli stili è passato da 48 a oltre 100. Dimenticavo, per la prima volta, abbiamo utilizzato la tastiera della Fatar e non più Yamaha, com’era stata tradizione di Korg fino ad allora.

(Continua qui)

Written by Renato, Arranger Workstation Blogger

13 maggio 2016 at 17:52